Tempo pasquale, tempo di missione

gesu esce

 

Occorre trovare un nuovo tema generatore per aiutare i battezzati a comprendere il significato dell’intero ciclo pasquale. Se il tema generatore “Gesù morto per i nostri peccati” si è rivelato utile nel passato ma oggi può addirittura essere d’impedimento per la comprensione di insieme, allora occorre ricollocare l’espressione all’interno di una prospettiva più ampia. […]

L’orizzonte che da compimento (cioè fa risorgere) alla storia è continuare le scelte iniziate da Gesù di Nazaret. Ha svelato il senso della convocazione messianica prepasquale. La prima azione di Gesù (subito dopo la proclamazione essenziale del vangelo del regno di Dio) fu la convocazione dei Dodici. Ora finalmente si può comprendere il loro destino. Essi sono chiamati, come più volte descrive il libro degli Atti, a percorrere la stessa via e a compiere le stesse azioni.

Tempo pasquale, tempo di missione.
Meddi L., Tempo di Pasqua. tempo di missione,   ©   Settimana, 2009, 44, 13-14, 1.16.

… almeno una volta all’anno.
Il significato che nasconde…
Il significato che svela
Declinare la Pasqua
A servizio della risurrezione

Hai fatto la Pasqua? La pastorale del precetto pasquale è ancora troppo presente nelle rappresentazioni dei nostri adulti. Non permette di comprendere e di vivere appieno i significati antropologici e cristiani di questo tempo liturgico. Con molta difficoltà potranno scoprire nei riti e nel tempo pasquale il centro simbolico e il cuore del messaggio cristiano.

D’altra parte il post-concilio non ha sviluppato chiavi linguistiche e liturgiche efficaci. Grande è la disillusione per un facile recupero della pratica religiosa. Molti operatori pastorali la avvertono e sperimentano nel silenzio. E questo genera la tentazione di tornare al sicuro della tradizione.

Ma a ben guardare anche la cultura contemporanea sembra soffrire per la mancanza di tale riferimento alla simbolica centrale del mistero cristiano. Sembra che scopra di essere stata privata di qualcosa, di essere orfana di una simbologia capace di evocare e tirare fuori da se stessa tutto il potenziale positivo che lo Spirito misteriosamente mette dentro di lei. Ma dove sono i mediatori del linguaggio religioso capaci di traghettare questa cultura e portarla alla giusta consapevolezza?

… almeno una volta all’anno.

Questa affermazione, che risale addirittura al concilio lateranense IV,  1215, ha strutturato il modo di comprendere le celebrazioni domenicali di tutto il periodo che va dalla notte di Pasqua fino alla Pentecoste. È stata interrotta solo con il post-concilio. Le generazioni successive non hanno ricevuto dalla predicazione, dalla catechesi e dalla meditazione cristiana un’espressione sintetica altrettanto forte. Secondo alcuni operatori pastorali la poca appartenenza alle liturgie pasquali di queste ultime generazioni deriva proprio dal venir meno di tale impostazione.

A ben guardare, invece, bisogna prendere in forte considerazione se non sia stato proprio un eccessivo uso del linguaggio giuridico a creare un rifiuto nella generazione dei nostri genitori tale da renderli indifferenti e incapaci a trasmettere un insieme di valori riassunti nell’espressione “Pasqua” capace di fecondare nuovamente le diverse espressioni della cultura contemporanea.

Cosa può significare infatti per un giovane ma anche per un quarantenne l’espressione “almeno una volta all’anno” in un contesto sociale e culturale che ha fatto delle feste religiose (volutamente considerate anche feste civili) solo l’occasione di fuga dalla quotidianità?

Del Triduo Santo e del tempo pasquale viene vissuto coralmente solo la  partecipazione socio-culturale alla tragedia del venerdì Santo. Sembra essere questa l’unica identificazione della cultura contemporanea che ancora mantiene collegamento con gli eventi centrali dell’anno liturgico cristiano.

C’è sempre, infatti, un venerdì santo da celebrare! Quelli vissuti recentemente nella propria esperienza personale, quelli legati agli eventi della vita come la morte di una persona cara, o quelli che fanno parte delle aspettative  che in qualche modo si desidera esorcizzare.

Se anche non si partecipa alla ritualità che si svolge in Chiesa, tutto il mondo occidentale volentieri si identifica anche solo televisivamente in questi riti del “Cristo morto”. Quanto più la pastorale poggia sulla riconsiderazione di tale dimensione antropologica riproposta in migliaia di “sacre rappresentazioni” e “via crucis di quartiere”, tanto più la partecipazione anche numerica torna ad essere significativa. Ma dove è in tutto questo la Pasqua cristiana?

Il significato che nasconde…

Cosa impedisce la comunicazione tra il rito pasquale e  la sua esperienza nella quotidianità della gente? Cosa impedisce ai battezzati di comprendere i significati del tempo pasquale?

Forse non si può ridurre ad un solo fattore la causa di tale situazione. Provo ad indicarne alcuni. Nella tradizione pastorale la pasqua appare troppo legata alla sola dimensione cristologica. È qualcosa che riguarda solo Gesù. È la “sua” storia. Troppo spesso i battezzati si identificano con la folla che stava a  guardare (quello che accadeva tra le autorità e il crocifisso!). Questa riduzione preventiva non permette di cogliere adeguatamente che il tempo pasquale non è solo quello del venerdì Santo. Quanto è espressiva la difficoltà a cambiare la tradizione che chiama l’adorazione del giovedì “sepolcri”! Lasciata a se stessa la simbolica del triduo rimane nella sola identificazione antropologica.

Impedisce una comprensione profonda anche la riduzione cristologica alla sola dimensione redentiva. L’importante è che Gesù sia morto per noi. L’importante è che ogni anno si riaffermi questa verità. Anche il giorno di pasqua è funzionale  a tale affermazione: è il segno che è vero. Il sacrificio è stato accettato! Per una cultura ciclica come la nostra non ha senso affermare che “è morto una volta per tutte”. Non ha senso dire che non è un ricordo ma una partecipazione (memoriale) all’unico evento; che lo ripetiamo per permettere pedagogicamente di farne esperienza… L’importante invece è il contrario: che venga simbolicamente ripetuto! Che la sentenza venga eseguita ogni volta. Io-noi partecipiamo solo in quanto ne ricaviamo i benefici di annullamento o riduzione della pena. Soprattutto: tutto si volge nei tre giorni. Il resto del tempo pasquale non entra nei significati della vita quotidiana. L’attesa dello Spirito, l’Ascensione, la Pentecoste, rimangono fuori dalla simbolica collettiva.

Il magnifico impianto conciliare che ha voluto rilanciare il tempo pasquale come il tempo della mistagogia comunitaria dei sacramenti  non può essere compreso adeguatamente perché non ha una cultura liturgica di popolo adeguata. Se abbiamo già fatto la comunione pasquale (per di più prima della pasqua!) che ri-presenta a noi il mistero dell’offerta di Cristo, perché tutta una serie di domeniche ancora su questo tema? (Anche per questo, forse, purtroppo, prendono piede in questo periodo altre attenzioni: il tema della misericordia, il tema della ministerialità ecclesiale, le celebrazioni di prima comunione…).

Nonostante la felice scelta di offrire in tutto il tempo pasquale la lettura continuata del libro degli Atti degli Apostoli la dimensione ecclesiale e quindi la narrazione attualizzante della sua missione non viene percepita come l’orizzonte interpretativo per comprendere il tempo tra i due doni: la resurrezione e l’effusione dello Spirito.

Soltanto ricollocando il senso e i significati del Triduo Pasquale in una cristologia ed ecclesiologia più ampia possiamo sperare che in un prossimo futuro le comunità cristiane possano appropriarsi di nuovo della gioia dell’alleluia pasquale.

Il significato che svela

Occorre trovare un nuovo tema generatore per aiutare i battezzati a comprendere il significato dell’intero ciclo pasquale. Se il tema generatore “Gesù morto per i nostri peccati” si è rivelato utile nel passato ma oggi può addirittura essere d’impedimento per la comprensione di insieme, allora occorre ricollocare l’espressione all’interno di una prospettiva più ampia.

Alla rivelazione cristiana appartiene sia il tema della morte che quello della risurrezione. Tutto il nuovo testamento ci offre della morte di Gesù una insieme di interpretazioni. Ciò che appariva a tutti evidente (la condanna eseguita di un impostore e bestemmiatore) viene interpretata come morte del giusto, del servo, dell’inviato di Dio. La volontà di Dio non si deve intendere solo come decisione di Gesù di andare a morire… Essa si comprende meglio se la morte è vista  come conseguenza della missione che il Padre gli ha affidato. È un prezzo, sì. Ma è il prezzo della coerenza ed obbedienza. Noi celebriamo sì, il crocifisso simbolo di tutti i crocifissi. Ma non è simbolo di ogni crocifissione possibile!

Appartiene alla rivelazione cristiana, inoltre,  il tema della risurrezione. Dio non ha desiderato la morte di Gesù. Dio ha inventato la risurrezione di Gesù! E la risurrezione non ha solo un significato apologetico. Non è solo un grande miracolo. Questo evento, fatto, ha aperto gli occhi (rivelazione!) della comunità dei discepoli. L’esperienza del Cristo risorto ha svelato la verità della sua missione, l’intima unione di Gesù con il Padre, il mistero della sua identità segreta, il ruolo che Gesù deve avere nella storia della salvezza. Ha svelato inoltre il senso della storia il cui segreto è il segreto del crocifisso.

L’orizzonte che da compimento (cioè fa risorgere) alla storia è  continuare le scelte iniziate da Gesù di Nazaret. Ha svelato il senso della convocazione messianica prepasquale. La prima azione di Gesù (subito dopo la proclamazione essenziale del vangelo del regno di Dio) fu la convocazione dei Dodici. Ora finalmente si può comprendere il loro destino. Essi sono chiamati, come più volte descrive  il libro degli Atti, a percorrere la stessa via e a compiere le stesse azioni.

La comunità dei discepoli comprende, inoltre, che la vocazione messianica di Gesù fu resa possibile per la continua presenza dello Spirito. Essi comprendono che se c’è un dono nella Pasqua questo è proprio l’effusione del nuovo e definitivo soffio vitale. Il dono e l’impegno vengono a coincidere. C’è dato lo Spirito perchè la comunità realizzi la propria missione continuando quella di Gesù.

Nell’intero triduo pasquale, quindi, celebriamo e simbolizziamo ritualmente il tutto del Cristo e il tutto della comunità. In modo particolare celebriamo attraverso i riti non solo ciò che appartiene all’esperienza di fede di Gesù ma soprattutto ciò che appartiene alla nostra esperienza di fede. Nei giorni santi del triduo, come direbbe Paolo nella lettera ai Romani, noi siamo immersi-inondati nello Spirito per vivere la missione di Cristo.

Declinare la Pasqua

Il tempo che va dall’annuncio della resurrezione alla celebrazione della Pentecoste viene dedicato dalla liturgia e dalla predicazione alla mistagogia della presenza del Cristo risorto nella e attraverso la comunità, soprattutto attraverso i segni sacramentali.

Tuttavia questa impostazione liturgica e catechistica non dà ragione di tutti i significati della morte-risurrezione che il canone della scrittura ha voluto fissare. Il NT ci trasmette infatti che dall’unica esperienza della risurrezione nacquero molteplici espressioni di fede, di spiritualità e di missione ecclesiale. Il nostro tempo e la nostra cultura hanno bisogno di recuperare questa preziosa pluralità dei testi. Queste interpretazioni servono da base per una declinazione del progetto della risurrezione da comprendere e attualizzare ogni anno nella vita della comunità.

L’annuncio della risurrezione genera in alcuni il desiderio di continuare nella propria vita la sequela di una comunità di piccoli, affascinanti dalla esperienza di fede di Gesù e desiderosi di testimoniarla nella essenzialità della vita, nella povertà e nella fraternità. Le nostre parrocchie hanno un estremo bisogno di queste piccole comunità che riescono a testimoniare l’essenziale.

Genera anche la consapevolezza che come Gesù di Nazaret, la comunità può continuare la missione di Cristo su lasciandosi trasformare dall’azione dello Spirito camminando in una vita nuova cioè la vita dei risorti. Allo stesso modo le comunità parrocchiali hanno bisogno di persone che testimoniano l’abbandono alla forza dello Spirito che si manifesta nella accoglienza liturgica delle due epiclesi  e si traduce in forti ed esemplari esperienze di spiritualità.

La risurrezione convince i credenti che sono convocati per essere il  definitivo popolo messianico chiamato a continuare e ad attualizzare i segni di guarigione, di liberazione, di giustizia che Gesù aveva inaugurato. Sono i gruppi di servizio attraverso cui la comunità continua la missione pre-pasquale dei Dodici e dei Settantadue realizzando i segni del regno adatti nel nostro tempo.

Spesso questo annuncio messianico avviene nella lotta descritta dall’Apocalisse. La comunità fa esperienza dell’Agnello ucciso e risorto che continua nella storia anche attraverso la lotta della Donna-comunità e dei fedeli segnati col sigillo. Sono i martiri contemporanei di cui le nostre parrocchie hanno bisogno.

Il NT ci mostra anche l’esperienza di coloro che hanno visto nella risurrezione il segno di rinnovamento anche cosmico del mondo. Essi si mettono a disposizione del pleroma cioè della crescita progressiva della potenza scaturita dall’evento della Pasqua di Cristo finché essa sia tutta in tutti. Allo stesso modo le comunità di oggi hanno bisogno di continuare a mantenere vivo il desiderio e la possibilità di “cieli nuovi e terra nuova”.

A ben vedere il tempo della declinazione della esperienza del Cristo risorto è anche il tempo della presa di coscienza della missione propria della vocazione di ogni comunità. Proprio per questo è anche il tempo della invocazione perché lo Spirito susciti e rinnovi tutti i ministeri e i carismi di cui le comunità hanno bisogno.

A servizio della risurrezione

Qual è, allora,  il kerigma della notte di Pasqua e quale l’invito da rivolgere nel tempo pasquale?

Nella notte della risurrezione la comunità annuncia al mondo che il crocifisso è stato risorto e dichiarato Signore della storia per cui non c’è altro modo di guidare la storia se non nella linea della sua predicazione. È un annuncio antropologico che fonda la speranza di milioni di uomini e donne. È un annuncio religioso che dischiude la possibilità di comprendere il vero volto di Dio. È un annuncio politico che offre a ciascuno la possibilità di comprendere e di giudicare le proprie organizzazioni sociali.

Ma nella stessa notte della risurrezione la comunità annuncia a se stessa la sua continua nascita. La liturgia battesimale ne é simbolo rituale. Non è tanto un ricordo dell’evento di salvezza e neppure soltanto memoriale della Grazia. Tutta la dimensione sacramentale infatti è a servizio della missione ecclesiale. Non la sostituisce. Se c’è stato un tempo in cui la “partenza missionaria” aveva come obiettivo e contenuto quello di dare il battesimo e quindi l’ingresso nella vita eterna, ora è giunto il tempo di mettere in giusto rapporto la dimensione sacramentale che la chiesa vive con la prospettiva messianica che è contenuto di ogni missione. Attraverso il dono pasquale dello Spirito siamo progressivamente resi capaci di vivere uno o l’altro dei segni del Regno inaugurati da Gesù. Più che una questione personale è una questione di comunità. Con la celebrazione della Pasqua essa dice a se stessa di confermare  il desiderio di essere a servizio della risurrezione del mondo.

 

 

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Pubblicato da

luciano meddi

Ordinario di Catechesi Missionaria Pontificia Università Urbaniana Roma

One thought on “Tempo pasquale, tempo di missione”

  1. Il significato pasquale come dono dello Spirito che manda i credenti nel mondo per realizzare il messaggio evangelico della costruzione di un mondo nuovo, mi sembra poco sottolineato e per alcuni ecclesiastici e fedeli laici rimane un precetto o al piu’ l’esortazione ad “andarsi a confessare”per ricevere il perdono dei peccati ma non, si badi bene l’annullamento della pena, da scontarsi dopo la morte in purgatorio.( Il giubileo conferirebbe l’indulgenza plenaria ovvero l’abolizione o lo sconto di tale pena). Questa visione comporta la preoccupazione a volte maniacale di esaminare scrupolosamente i propri peccati, o meglio quelli che su suggerimento della dottrina, riteniamo tali, per riceverne il perdono per la salvezza della nostra anima.
    La visione e’ spostata interamente sul nostro destino “dopo” la morte.
    Mi ricordo bene l’effetto che provoco’ nella mia vita la “rivoluzione “del significato del Regno di Dio, non piu’ concepito come Aldila’ ma come realta’ nuova che si realizzava, qui e ora nella vita comunitaria. Prima di allora non avevo fatto esperienza di comunita’ perche’ questa non era sentita necessaria per la salvezza personale.
    Molti cristiani ancora oggi sono rimasti prigionieri di questa visione e mi sembra purtropppo che il messaggio che giunge oggi non sia molto diverso.
    Il concetto di “popolo di Dio”, esplicitato dal concilio Vaticano II, capace di realizzare il suo Regno, trasformando la storia dell’umanita’,grazie alla forza
    dello Spirito Santo donato da Gesu’
    Risorto, ancora non e’ stato recepito.
    Il Regno non e’ “vicino” ma “eggizen”cioe’ “e’ gia’ venuto” (il verbo greco e’al passato) in Gesu’ e attraverso di Lui nell’opera, nell’impegno, nella testimonianza, di quelli che si mettono alla sua sequela.

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