Autopotatura del discepolo autentico

potare

La lettura del vangelo di Marco 9,38-43.45.47-48 letto nella XXVI domenica TO, il 27 settembre, prende avvio dalla decisione di Gesù di affrontare le autorità di Gerusalemme nel loro territorio di governo. Gesù fa questo dopo una lunga riflessione e dopo intensa preghiera sul Tabor.

All’inizio del cammino sia Marco sia Luca ci raccontano un episodio che si pone la domanda chi fossero i suoi alleati.  «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».

Gesù ha individuato nelle autorità coloro che si oppongono alla volontà di Dio e impediscono l’avvento della fraternità universale. Ma avverte che oltre lui nel mondo agisce anche lo Spirito di Dio che mette nel cuore di alcuni il desiderio di collaborare alla sconfitta dei poteri nemici della solidarietà.

I discepoli invece vedono questo episodio nella logica della “conquista del potere” e hanno timore che altri possano prendere il posto di governo a cui ambiscono. Si difendono e vogliono che Gesù smentisca pubblicamente questi “non appartenenti” alla nuova chiesa. Gesù la pensa diversamente perché si sente inviato da Dio e non un conquistatore in cerca di carriera.

La chiesa è chiamata quindi a fare alleanze con coloro che scacciano i demoni e non con i demoni stessi. Il XX secolo ha mostrato come spesse volte sia avvenuto il contrario. La missione della chiesa ha perso molti alleati e parte dei credenti l’hanno abbandonata per questo. La scristianizzazione a volte è fuga da una chiesa sentita come oppressione. E non solo morale. È quindi tempo di riproporre l’interrogativo: da chi vuole essere cercata la chiesa?

Ma la rilettura di Marco unisce al tema del discernimento dei veri e falsi alleati del Regno, anche una riflessione intraecclesiale. La chiesa che iniziava a svilupparsi, oltre le persecuzioni, ha sperimentato anche la tentazione del successo attraverso rapporti politici. Nel fare questo trovava “fastidio” di coloro che continuamente al suo interno ricordavano l’insegnamento autentico di Gesù. Marco sembra difenderli. I piccoli, cioè i credenti, possono addirittura essere scoraggiati nella loro fede.

Marco ammonisce le autorità della chiesa a controllare continuamente come esercitano il servizio del potere per non cadere nell’errore di scandalizzare coloro che vogliono impegnarsi per la giustizia e chiedere ragione delle decisioni delle autorità sociali. Queste autorità della chiesa ritengono che mantenere gli appoggi politici, sia più importante della fedeltà al vangelo. Il loro prestigio presso i poteri politici ed economici viene percepito come più salvifico della testimonianza dei credenti.

Noi che meditiamo questo racconto di Marco siamo aiutati a scoprire se usiamo la stessa logica. Il Vangelo ci invita quindi a continuare la lotta contro le radici del potere\possesso perché la nostra fede sia davvero di aiuto alla missione di Gesù.

Egli ci invita a lasciarci continuamente potare dall’agricoltore, il proprietario della vigna, perché portiamo più frutto. La potatura è una auto-potatura. Inizia con la progressiva consapevolezza delle vere e profonde motivazioni delle nostre azioni, anche religiose. Quando ci accorgiamo che dietro desideri e attività ci sono interessi di possesso della libertà degli altri, allora invochiamo a lungo lo Spirito perché intervenga nella nostra realtà interiore purificando e riorientando le nostra scelte.

Leggi anche

L’agricoltore che purifica i tralci
Tempo di profezia
Viene la primavera dello Spirito

A scuola di antipotere

Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37 letto nella XXV domenica dl tempo ordinario\B)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande.
Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Messaggi per noi

La liturgia deve, purtroppo, tagliare l’episodio della esperienza spirituale della Trasfigurazione durante la quale Gesù prende coscienza che la seconda fase della sua missione si svolge facendo esodo: andando a  predicare la conversione al regno alle stesse autorità religiose e politiche del suo popolo. È questa la chiave per capire sia il senso della morte che della risurrezione. Non ci troviamo di fronte, quindi, ad un testo di profezia nel senso di “previsione”, ma piuttosto di fronte ad un autentico esercizio di discernimento di fede. Gesù decide di continuare a credere e sperare in Dio suo Padre. E questo diventa insegnamento per i suoi discepoli.

I tre annunci della passione e i tre inviti alla sequela

Marco organizza la seconda parte del suo vangelo come un progressivo avvicinarsi alla sua meta: la predicazione messianica all’interno del tempio. Il cammino a Gerusalemme e il suo ingresso regale si conclude, infatti, nel tempio (Mc 11,11).  Per questa azione e per il suo valore simbolico e riassuntivo della sua predicazione, sarà rifiutato e ucciso. L’evangelista organizza questo suo messaggio ricordando tre grandi “profezie” o momenti di meditazione e di discernimento. Ognuna è costruita di due parti: una cristologica (l’esperienza che Gesù sta per compiere) e una ecclesiale (la missione e l’esperienza che faranno i suoi discepoli).

Al di là della possibile ricostruzione delle parole di Gesù, il senso del messaggio è chiaro: Gesù continua a credere che la sua visione deriva da Dio, che sia autentica espressione della sua volontà, e continua ad avere fiducia che Dio lo aiuterà in questa impresa di salvezza. Egli – questa è la sua fede – deve morire e spera di risorgere.

A questa esperienza fondamentale di Gesù corrispondono tre “insegnamenti” che costruiscono la spiritualità della futura missione dei discepoli. Essi devono imparare (educarsi a diventare capaci) a rinnegare se stessi per la causa del Vangelo (Mc 8, 34-36); devono guarire dentro di sé l’istinto di potere e di grandezza (Mc 9,33-35);  e infine chiedere a Dio solo di essere battezzati nello stesso calice di Gesù, vincendo ogni desiderio di successo (Mc 10,35-40).

Saremo capaci di servire il vangelo lottando spiritualmente ed ecclesialmente contro la “natura umana”, contro la motivazione ad agire con la speranza di sottomettere gli altri. È una lotta che riguarda tutta la nostra esistenza quotidiana.

Lasciarsi istruire da Cristo: esercitare un ruolo come servizio

Gesù sta dedicando il tempo che gli rimane alla formazione dei discepoli. il suo cammino (esodo, uscita) a Gerusalemme diventa, così, anche il cammino dei discepoli. Luca segue Marco unendo le due dimensioni per tutti i cc. 9-19. Matteo invece preferisce separare l’annuncio dalla catechesi: dedica all’annuncio il c. 13 e alla formazione i cc. 5-7.

Marco ha raccontato l’annuncio fondamentale al c. 4: la dinamica di sviluppo del regno dei cieli è simile a un seme, ad una lampada, ad una pianta. Ma con quale trasformazione interiore i discepoli saranno capaci di testimoniare questo annuncio?

Gesù riprende la sua esperienza spirituale, quella delle tentazioni. Si diventa discepoli vincendo gli istinti egoisti e egocentrati della propria personalità. Tra questi sottolinea in modo particolare l’istinto di potere. Potere è istinto che ci pone sopra gli altri e soprattutto che ritiene legittimo utilizzare gli altri per nostri scopi o benefici. Questo va contro la stessa natura di Dio che è fraternità e uguaglianza. Non si tratta di negare l’importanza della diversità dei ruoli sociali e relazionali. Si tratta di escogitare sempre forme di rispetto e di considerazione dell’altro.

L’altro non può essere mai lo strumento del mio successo. Neppure se ho una autorità. La politica, la società e le stesse religioni come istituzioni, sono pervase da questa radice perversa che produce molto male. Anche la stessa teologia e idea di Dio deve essere continuamente “guarita” da questo impianto. La verità su Dio non può essere confusa con l’obbligo ad aderirvi negando, così, la immagine fondamentale di Dio è che la fraternità e la libertà.

Il segno supremo del Regno di Dio si manifesta nel rifiuto radicale del desiderio di esercitare il potere e nella affermazione della uguaglianza.

I discepoli fanno fatica a comprendere. Essi non capiscono e hanno timore di perdere i loro presunti privilegi. La stessa situazione è descritta anche in Mc 10,32 in riferimento alla decisione di Gesù di andare a Gerusalemme; e Gv 11 racconta dei discepoli che fanno resistenza ad andare a “svegliare” Lazzaro. Il timore si riferisce al “mistero” dell’agire di Dio. I discepoli manifestano questa reazione di fronte alla tempesta e le donne di fronte all’evento della risurrezione. Maria di fronte all’annuncio dell’angelo. Come non condividere questa preoccupazione prendendo coscienza che siamo chiamati a condividere la strada del crocifisso?

Immaginare la società e la chiesa

Mettere al centro della sequela e del discepolato la sapienza della croce (1Cor 1,19-30) ci invita a immaginare il mondo futuro e un modello di chiesa che lo possa anticipare.

Nel nostro tempo sperimentiamo la fine di molte dittature, ma anche la tentazione  di alcuni poteri di non far funzionare la democrazia formale dei paesi occidentali. Più le regole democratiche sono raggirate e svuotate di significato, più sale il desiderio dell’uomo forte, delle istituzioni forti, della logica del “dammi tutto il potere che decido io per te”. Certo, non possiamo pensare un sistema sociale che esprima totalmente la perfezione del potere come servizio. Ma da questo passare ad affermare che “così fan tutti” e quindi è lecito per tutti usare delle cose comuni a proprio vantaggio e non mettersi a servizio delle istituzioni è un pensiero che va contro il pensiero – sapienza – di Dio e non può portare la società alla salvezza.

In questo contesto la chiesa deve essere il luogo della formazione di persone che si liberano dall’istinto di potere. Una istituzione che si allea con coloro che fanno lo stesso cammino mossi dalla motivazione della giustizia. Una fraternità dove si possa fare esperienza concreta dell’ascolto reciproco.

Non si cada però nell’equivoco che basti rendere tutta la società un “convento”. Qui per libera scelta si accetta che il padre abate sia guida che decide per tutti. Abbiamo bisogno di far vedere “maggiore democrazia e sinodalità”. È facile proporre esperienza di gruppi  che rinunciano all’esercizio del discernimento sociale. Quando impareremo a dare esempi di dibattito pubblico nella chiesa e di autorità interiormente libere di dare parola e guidare il discernimento?

Complementi del Lezionario

Il testo della Sapienza ci aiuta a capire che il “tendere insidie al giusto” ha una motivazione teologica e tende a negare la rivelazione di Dio: Dio non può desiderare il superamento del potere! Il potere è inevitabile! anche il salmo 53 esprime, al contrario, la questione teologica: Dio non può stare dalla parte dell’ingiustizia! Giacomo ricorda il rapporto tra discordia e passione interiore. Il versetto ricorda che la decisione di andare alla croce manifesta (l’unica) gloria e potere di Gesù.

Esercizio spirituale

Imparare ad essere ultimi “dentro”. Il vangelo non ci chiede di annullare i desideri della nostra vita, ma di metterli al servizio del progetto messianico di Gesù. Se in alcune circostanze della vita è necessario avere un basso profilo o rinunciare ai nostri desideri, lo faremo secondo un principio di opportunità e di equilibrio. La “minorità” a cui ci invita frate Francesco nasce dalla imitazione di Gesù che “non considerò un  tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio” ma “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 5-8). Non dunque assenza di coerenza o fedeltà a se stessi o adeguamento alla volontà dell’autorità qualunque essa sia, ma accettazione integrata e gioiosa delle conseguenze che la adesione al vangelo ci chiede.

Tenere sotto controllo il nostro bisogno di essere valorizzati. La differenza tra orgoglio e superbia è molto sottile. Il primo è una energia vitale; la seconda energia mortale. La superbia può rovinare il nostro atteggiamento di fedeltà al vangelo. Occorre controllare sempre se la profezia, la coerenza fino alla opposizione o al contrario il distacco e il disimpegno, non derivino dal sottile bisogno di affermare noi stessi.

Chiediamo

O Dio, Padre di tutti gli uomini,
tu vuoi che gli ultimi siano i primi
e fai di un fanciullo la misura del tuo regno;
donaci la sapienza che viene dall’alto,
perché accogliamo la parola del tuo Figlio
e comprendiamo che davanti a te
il più grande è colui che serve.

La sequela del crocifisso

prendere la croceVangelo della sequela del crocifisso secondo la narrazione di Marco 8, 27-35 letto nella XXIV domenica TO\B

Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».

Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.

E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.

Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

Libera traduzione

Gesù dopo il relativo successo della sua predicazione riflette sul suo futuro e si fa aiutare dai suoi discepoli. Chiede loro come viene compreso dalle diverse realtà sociali e religiose della Galilea che hanno incontrato.

Ciascuno lo legge secondo le proprie attese, ma quasi tutti escludono che egli sia il Messia da seguire.

Gesù pone lo stesso interrogativo anche a loro e Pietro afferma di riconoscere nella sua proposta la volontà di Dio.

Allora Gesù rafforza il suo insegnamento perché i discepoli non si ingannino sul senso della sua proposta e dice chiaramente che lui e loro sono chiamati al servizio e non al potere. La volontà di Dio non si manifesta nella conquista ma nella testimonianza della fraternità.

Li avverte, se ancora non lo avessero capito, che i poteri faranno alleanza contro di Lui e contro il suo Vangelo. E lo faranno morire. Egli confessa la sua fede in Dio e accetta questo percorso di risurrezione.

Dice questo perché aveva compreso bene gli equivoci di Pietro. Egli voleva partecipare alla gloria del Messia conquistata con la potenza dei miracoli. Gesù gli svela che non è ancora convertito e che pensa secondo i poteri del mondo.

Poi a tutti sintetizza il suo pensiero e la sua fede dicendo che per realizzare il regno della fraternità occorre mettere a servizio di Dio tutto il nostro essere: desideri, volontà, Intelligenza, ricchezza.

Messaggi per noi

Ogni leader religioso propone un cammino formativo e lo fa tenendo presente la crescita del potenziale spirituale della persona. Anche Gesù fa la stessa cosa, ma liberandola dalla quasi sempre presente ambiguità dei fondatori preoccupati più di conservare la propria opera che educare alla volontà di Dio.

Egli ci insegna a “prendere la croce”. Il suo itinerario formativo ci propone di imparare a soffrire, essere rifiutati, essere uccisi, risorgere.

Questa progressione va compresa alla luce della sua impresa messianica. Dio desidera che si realizzi la sua sovranità costruendo una società di fratelli che permetta a tutti di avere in eredità gli strumenti necessari per vivere dignitosamente. Gesù desidera spezzare il pane, reinserire i marginalizzati, aprire gli occhi, perdonare chi si converte e desidera ricominciare.

Questo suo desiderio esprime la volontà di Dio, ma non quella dei poteri. Il potere desidera mantenere la disuguaglianza e lo fa con la forza e la falsa religione. Il potere insegna che anche dio è potere.

Lo scontro è inevitabile. Quando si vive in tempi di economia normale, lo scontro è camuffato; ma quando si vive in tempo di crisi l’incapacità di gestione e l’avidità di possesso non permettono di riconoscere la legittimità di una qualche ridistribuzione delle possibilità di vita. Di conseguenza i poteri devono annientare chi sta dalla parte del vero Dio.

Il credente si trova davanti alla stessa situazione di Gesù. È chiamato non solo a subire, ma soprattutto a “prendere la sua croce”. È sua perché si riferisce non alle conseguenze della malattia ma alle conseguenze della fede nel suo Vangelo.

Come cresce in noi la fede nella croce-vangelo?

Per molti ciò che rafforza la fede nel crocifisso è la via della giustizia. La rabbia e l’impotenza trasformano il desiderio in protesta e richiesta che si faccia la volontà di Dio.

Per altri è la compassione. Il dolore delle vittime riesce a modificare il bisogno di sicurezza interiore e tutta la persona è coinvolta dal desiderio di togliere nelle vittime del potere la sofferenza o almeno di accogliere nelle proprie braccia il crocifisso.

Per tutti noi valgono le parole del profeta-servo ricordate dalla prima lettura. Di fronte alla fatica di conversione della nostra esistenza perché si lasci coinvolgere dal progetto di Dio, il credente prega dicendo: Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole? (Is 50,9 nella prima lettura)

Via della giustizia, compassione, preghiera sono manifestazioni dello Spirito che guida l’umanità verso la gestazione e nascita del nuovo mondo. Come la donna dell’Apocalisse (cap. 12).

Leggi il commento
Gesù, una fede da capire sempre di più
La ricerca di fede di Gesù
Tu sei il Cristo. Esercizio Spirituale
Tu sei Pietro

Missione senza condizioni e vantaggi

Dal Vangelo secondo Marco 7,31-37

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.
Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Libera traduzione

Gesù continuando il suo insegnamento di liberazione delle persone si confronta con la cultura individualista e commerciale dei territori ellenisti. Essi non conoscono le scritture e ancora di più sono sordomuti, incapaci di comprendere il volere di Dio per l’umanità. Lontano dalla folla per evitare atteggiamenti leaderistici, Gesù accoglie il malato simbolo della incapacità di quella società. Nel rapporto personale che ha con lui, Gesù gli apre la mente a capire quale è il vangelo. Egli così non è più sordo e scopre dentro di sé l’esigenza di parlare e difendere la volontà di Dio.
Soprattutto i poveri e le vittime compresero il messaggio di Gesù simboleggiato nella guarigione e dicevano: questo insegnamento cambia la realtà, rinnova la creazione di Dio che la aveva fatta buona e giusta.

Messaggi per noi

Per comprendere le intenzioni di Marco racchiuse nel vangelo di oggi occorre ricordare che tra il discorso sulla tradizione (che abbiamo meditato domenica scorsa) e il testo di oggi Gesù ha fatto una esperienza di conversione. Una esperienza fondamentale per lui e per noi. È stato incontrato, “provocato”, dalla fede della donna cananea. Nella economia di Marco questo indica il momento in cui Gesù prende coscienza del destino universale della sua missione. Anche per questo Marco farà seguire un secondo racconto della moltiplicazione dei pani destinata – appunto – a tutti. È dunque un vangelo sul senso e metodo della missione di Gesù e sulla vocazione e compito delle comunità cristiane. La missione condivide la gioia che sperimentano le persone quando progrediscono nel loro percorso di umanizzazione e liberazione. La chiesa è chiamata ad essere catalizzatore di questo processo che e sprime la volontà di Dio

La guarigione, simbolo messianico

Al centro della narrazione c’è la figura e l’esperienza di vita di una persona che Marco presenta in termini generici forse per indicare che descrive la condizione generale dell’umanità. Il testo greco descrive il malato in modo ambiguo e si offre per una duplice interpretazione. Le traduzioni infatti sono incerte. Alcune traducono sordo-muto; altre sordo e con difficoltà di parola. In ogni caso si può intendere che si parli di una persona a cui è impedita una relazione sociale completa.

La guarigione avviene fuori dal territorio di Israele e questo può significare che per Marco le (altre) culture, quella greca e romana che non sono basate sulla alleanza, che non mettono al centro i dieci comandamenti, la Legge che deriva dalla liberazione, fanno la scelta della cultura del potere. Sono sorde a Dio e quindi mute tra loro. Marco ha sperimentato che le sapienze “altre” non umanizzano la persona?

Questa condizione umana si risolve solo nell’incontro con Gesù. Egli desidera che ogni persona sia riportata alla capacità di relazione autentica. Che abbia orecchi aperti, lingua sciolta e capacità di parlare. Tre azioni che riguardano la comunicazione e la interpretazione della realtà. Queste facoltà possono essere bloccate dalla cultura del potere che si manifesta in molte situazioni. Sia sociale, quella che non riconosce la paternità di Dio e quindi nega la vocazione di fratellanza dell’umanità: la cultura della comunione, solidarietà e responsabilità. Ma anche personale cioè la cultura dell’autorealizzazione conquistata a scapito del cammino di liberazione degli altri e degli ultimi. La salvezza di sé pagata con l’oppressione degli altri. Nel nostro tempo di crisi e di paura sociale questa cultura ha ripreso vigore. Viene indicata come unica soluzione  e neppure le chiese si danno impegno per opporsi ad essa e annunciare la conversione.

L’azione messianica di Gesù in territorio straniero

Marco sottolinea che ci troviamo di fronte all’adempimento della promessa messianica annunciata dal (secondo) Isaia, il profeta del ritorno dall’esilio e della mediazione del servo di Javhè. “Allora si apriranno chi occhi dei ciechi e si apriranno le orecchie dei sordi…” (Is 35,5-6). Sono segni della nuova liberazione e del ritorno alla terra promessa.

Ma sarà interessante notare che l’azione messianica di Gesù presenta una caratteristica rispetto ad altri racconti di Marco. A Gesù chiedono di intervenire imponendo le mani, ma egli agisce con i segni dei terapeuti “pagani”. Egli si trova in territorio non sottoposto alla cultura e religione ebraica. Marco sembra quasi affermare che l’azione messianica, la volontà di Dio, si può realizzare in tutte le culture e attraverso le diverse tradizioni di salvezza. Ogni religione, da questo punto di vista, può essere veicolo dell’amore di Dio. Dobbiamo intendere che anche oggi non è “obbligante” la via religiosa cattolica come ce la consegna la tradizione tridentina? Che la chiesa dovrebbe mettere più impegno a discernere i segni della presenza liberante di Dio e preoccuparsi meno del suo persona successo?

Il cammino catecumenale

All’impianto di Marco non sembra estraneo, inoltre, anche una sfumatura catecumenale. Il vangelo dell’evangelizzazione possiede anche una memoria delle iniziali pratiche formative della chiesa, soprattutto delle chiese pietrine e paoline. Nella logica del battesimo come cammino di rinnovamento nello Spirito, i “grandi guariti” segnalano anche i passaggi della conversione. Le guarigioni del lebbroso, del paralitico, dell’indemoniato di Gerasa, della figlia di Giairo e della donna malata di perdite di sangue,  del sordo-muto, della figlia della cananea, del cieco di Betsaida, indicano una progressione di liberazione dalla falsa religione che culminerà alla uscita (esodo) da Gerico con la guarigione del cieco. Solo questi ha (acquista) un nome: Bartimeo figlio di Timeo (Mc. 10,46).

In questo senso la liturgia antica ha ripreso i segni catecumenali di questa esperienza. Nel battesimo la comunità consegna il Vangelo che apre gli orecchi ai sordi e fa profetizzare i credenti. Il rinnovo della pastorale di Nuova Evangelizzazione avrà cura di ripensarsi in termini di progressiva guarigione delle potenzialità spirituali proprie di ogni persona e cultura. Come esercizi spirituali.

La collaborazione all’amore di Dio: portare a compimento la creazione

La narrazione sembra collegarsi con la situazione della torre di Babele. Il sordomuto esprime una condizione di incomunicabilità. L’azione di Gesù mira innanzitutto a ricostruire la speranza originaria della creazione e a realizzare la condizione di shalom desiderato da Dio. Questo è il compito fondamentale della missione: venga il tuo regno!

Il testo non afferma chi porta il sordomuto a Gesù. Dice genericamente “gli portarono”. Altre volte Marco ha specificato chi sono i mediatori dell’azione salvifica di Gesù: i discepoli, gli amici del malato, gli anziani che vogliono ingraziarsi il centurione…

Le comunità esistono per dare testimonianza con le azioni e le parole al desiderio di piena comunicazione tra gli uomini e delle persone con se stesse. Ne deriva un compito, una coscienza, e una pratica missionaria di vera e profonda umanizzazione. Più che difendere norme, vere ma esterne alla libertà degli individui, la chiesa esiste per abilitare l’autocoscienza delle persone. Per liberarle dalle ideologie in cui si trovano a vivere. Ridare la possibilità di parola ed essere aiutate ad analizzare criticamente i propri sistemi di comprensione della realtà. Più che una missione per il controllo sociale, abbiamo bisogno di una missione “maieutica”, che aiuti le persone a scoprire nella loro vita la presenza di Dio.

Complementi del Lezionario

La prima lettura ci riporta il brano profetico di Isaia. Il salmo 145 ci fa lodare per questa precisa volontà salvifica di Dio. La lettera di Giacomo ci ricorda che “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano”. Il versetto allelujatico ci ripete la fede antica: “Gesù annunciava il vangelo del Regno e guariva ogni sorta di infermità nel popolo”.

Esercizio Spirituale

Condividere il peso delle esclusioni. Un esercizio di compassione da fare spesso, ancora prima di agire per gli altri, è fare nostra la loro sofferenza. Sperimentare qualcosa della loro sofferenza. Ristabilire – anche solo a livello di sentimenti – l’uguaglianza fondamentale. Nel silenzio prolungato mi fermo a sperimentare di essere sordo-muto. È una situazione che mi porta un grande disagio. Forse alla pazzia. Che coraggio hanno coloro che vivono una esclusione dalla relazione con gli altri! Non voglio fuggire dalla condivisione delle loro passioni.

Scoprire le proprie infermità. A volte cerchiamo di autoescluderci dal mondo per non dovere farcene carico. Sono chiusure che si realizzano attraverso meccanismi di difesa che ci “scusano” dai nostri comportamenti egocentrati. Che diminuiscono il nostro potenziale spirituale. La loro guarigione è lenta e difficile. Nel silenzio prolungato provo a osservare senza paura questi blocchi comunicativi interiori ed ad invocare lo Spirito di Dio che ci guarisce.

Chiediamo

O Padre, che scegli i piccoli e i poveri
per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno,
aiutaci a dire la tua parola di coraggio
a tutti gli smarriti di cuore,
perché si sciolgano le loro lingue
e tanta umanità malata,
incapace perfino di pregarti,
canti con noi le tue meraviglie.

La docilità al vangelo ci trasforma il cuore

Dal Vangelo secondo Marco 7,1-8.14-15.21-23
domenica XXII TO\B

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.

Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».

Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da meInvano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».

Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Messaggi per noi

Dopo la lunga meditazione dell’ “inserto giovanneo” sull’episodio della moltiplicazione dei pani, riprende la lettura di Marco. Abbiamo lasciato Gesù mentre cresce l’ostilità delle autorità nei suoi confronti. Nel capitolo 6 si focalizza su due scelte di Gesù. Dopo il discorso programmatico nella sinagoga di Nazaret, decide di inviare in missione i suoi discepoli e dare, così, inizio alle fraternità in ogni villaggio. Ma è soprattutto il segno della moltiplicazione dei pani ad inquietare le autorità: le fraternità, infatti, hanno il compito di mostrare che c’è pane per tutti. Ma Gesù non è attaccabile su questo livello. Egli deve essere consegnato alla giustizia per motivi religiosi! Anche questo deve farci capire la molteplicità di significati del termini “eucaristia”.

L’interesse delle autorità verso Gesù

Marco ha già segnalato che la preoccupazione delle autorità verso Gesù nasce presto. Il loro interesse nasconde una preoccupazione: la comprensione della “rivoluzionarietà” del suo messaggio. Lo accusano di non tenere i conto la tradizione degli antichi. La tradizione è parte della rivelazione di Dio. Il movimento spirituale delle autorità e dei poteri è conservativo. Essi tendono a negare ogni azione rivelatrice di Dio nella storia. La salvezza è quella che loro ritengono definita una volta per sempre. È un processo psicologico e una dinamica sociale “naturale”. Diventa peccato sociale quando viene sostenuta da una scelta autocosciente e finalizzata a mantenere il proprio potere. In campo religioso diventa una opposizione allo Spirito e ai segni dei tempi. Compito della autorità, sia umana che religiosa, è favorire il discernimento e non solo costringere le nuove generazioni ad accettare la cultura precedente. Discernimento significa ricerca di autentica fedeltà al Vangelo e non solo tatticismi di potere.

Il cuore della critica: trascurare il precetto di Dio

Il cuore della critica che Gesù fa alle autorità e ai “maestri dell’ortodossia”, infatti, è di natura teologica. Egli contesta che non sanno interpretare la volontà di Dio. Innanzitutto ci fa capire che la rivelazione è anche un processo umano, una interpretazione, per cui si deve essere umili e discreti nell’attribuire valore divino alle singole considerazioni umane. Inoltre esprime un principio ermeneutico profondo. La comprensione della volontà di Dio avviene nell’orizzonte dell’insieme della autorivelazione di Dio nella storia. Dio, infatti, “non parla direttamente” all’umanità, ma “suggerisce” progressivamente la vera comprensione di sé. La verità è quindi un cammino lento e mai concluso.

In terzo luogo Gesù lascia capire che egli ritiene il suo punto di vista “decisivo” per la interpretazione della volontà di Dio nella vita. In ogni azione missionaria e soprattutto oggi in contesto di pluralismo religioso, la comunità ecclesiale rivendica questo compito da svolgere con molta “discrezione” e rispettando ciò che Dio dice alle chiese attraverso le altre culture. Si tratta infatti di vagliare e non di sradicare. È, questo, un cammino difficile e lento.

Criterio decisivo sarà considerare e riaffermare che “il precetto di Dio” è descritto nella pratica di fede di Gesù. Gli occhi con cui giudicare il nostro tempo non è solo la tradizione, la teologia “acquisita” della chiesa, ma la meditazione continua delle sue azioni e parole. La sua fede.

La questione della tradizione, oggi

Con il Concilio Vaticano II e sotto la spinta di Giovanni XXIII la chiesa ha intrapreso un cammino di discernimento davvero formidabile e decisivo per il suo ruolo di mediazione salvifica. Le comunità devono innanzitutto pregare e invocare continuamente il dono dello Spirito per questa missione  epocale. Quello che nei giornali si riassume come “questione ermeneutica” dei testi conciliari e che Benedetto XVI (Natale 2005) ha posto come compito centrale, ma non definitivo, del suo pontificato, è compito enorme. Non si può risolvere con polemiche e contrapposizioni; con delegittimazioni e accuse reciproche.

È compito della chiesa ma anche di ciascuno di noi. Nei momenti più importanti possiamo-dobbiamo chiederci: cosa conservare del passato e cosa accogliere del nuovo? E perché?

Il Vaticano II ci ha lasciato a tale proposito due significativi testi che quasi echeggiano questo brano: DV 2 afferma il criterio cristologico nella interpretazione della volontà di Dio; e DV 8 ci ricorda che l’interpretazione è un processo continuo realizzato con il concorso di tutto il popolo di Dio.

Complementi del Lezionario

La lettura del Deuteronomio ricorda l’ammonimento di Mosè a non travisare con (future) interpretazioni la Legge donata da Dio (la riforma del Deut. Infatti, fu un ritorno all’essenziale e un tentativo di interiorizzare l’esperienza dell’esodo). Il salmo 14 ricorda l’essenziale della Legge: la responsabilità verso ogni prossimo. Inizia la lettura continua della lettera di Giacomo e ci ricorda che  “per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature”, diventiamo nuove creature accogliendo “con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza”. Lo stesso concetto (generati per mezzo della parola) è riportato dal versetto dell’Alleluja.

Esercizio spirituale

Il cuore lontano non sa discernere

Il cuore di Dio si manifesta nella misericordia. Egli è lento all’ira e grande nel perdono. Il Salmo 50 ci fa chiedere “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Il profeta annuncia la creazione di un cuore nuovo. il cuore si rinnova verificando continuamente quale è il suo “tesoro”: “là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6). Il tesoro di Gesù sono gli ultimi e i marginalizzati. Per questo Gesù ci invita ad essere “puri di cuore”, per vedere Dio.

I propositi maligni del cuore

Un cuore malato esprime desideri di male. Chi non coltiva la solidarietà, coltiva l’oppressione. Nel silenzio prolungato lasciamo che i nostri comportamenti sbagliati ci parlino. Se non abbiamo paura di noi stessi e di scoprire le nostre radici avvelenate, forse comprendiamo che questi comportamenti sono causati dal desiderio di difendere noi stessi. Ci fa paura l’invito di Gesù a considerare i marginalizzati come parte della nostra vita e come compito spirituale.

Chiediamo

Guarda, o Padre, il popolo cristiano
radunato nel giorno memoriale della Pasqua,
e fa’ che la lode delle nostre labbra
risuoni nella profondità del cuore:
la tua parola seminata in noi
santifichi e rinnovi tutta la nostra vita.

Invitati a rimanere con Lui

Dal Vangelo secondo Giovanni 6,60-69

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».

Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».

Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.

Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Messaggi per noi

Si conclude il grande “inserto giovanneo” che la liturgia ha inserito dopo il racconto della moltiplicazione dei pani fatta da Marco e che ci ha aiutato a comprendere che l’eucarestia prima di essere un sacramento in senso liturgico esprime l’insieme della vita di Gesù e soprattutto la sua rivelazione come nutrimento per il cammino della sua comunità.

Tra il mormorio e il rifiuto

L’ultima parte del capitolo VI di Giovanni riprende il tema della mormorazione dei Giudei che adesso diventa aperta contrapposizione e rifiuto da parte dei discepoli. Giovanni in diverse occasioni esaspera le difficoltà dei seguaci di Gesù per esaltare l’unicità della figura spirituale di Cristo, unico rivelatore del Padre.

Si farebbe torto a Giovanni se si intendessero le difficoltà dei discepoli in senso solo teologico. Non si tratta di una disputa religiosa, ma della fatica propria della conversione e della decisione di vita. Gesù chiede di dare una svolta al sistema religioso proprio dei Giudei centrato sulla parola della Legge. Gesù ha affermato che questa parola non nutre una vera esperienza religiosa. Il pane che nutre è la sua carne, ovvero la proposta e le parole che egli insegna.

Giovanni non tramanda molte parole di Gesù, preferendo rimanere nella affermazione assoluta che Egli è la Parola, il senso, la logica salvifica della realtà e del cosmo. Noi possiamo collegare questa fede di Giovanni alle parole dei Sinottici che ci tramandano la sapienza di Gesù in opere e parole. Le parole “dure” che lamentano i discepoli sono l’insieme delle pratiche messianiche, quelle che lo porteranno alla croce.

Non è una disputa sul valore dell’eucarestia, ma sulla decisione di essere eucarestia per gli altri. La chiesa di Giovanni desidera essere fatta da discepoli che, trasformati dalla parola, si rendono mediatori di grazia e salvezza per i poveri.

La spiritualità fonte di vita

Gesù si comporta come un maestro sapiente. Comprende che la sua proposta di vita non è accolta da tutti. Molti infatti pensavano che stesse costruendo una scuola o un gruppo religioso. Egli proponeva una sequela che è per tutti, ma anche per pochi.

Per questo afferma due principi ecclesiali importanti. L’appartenenza al gruppo di Gesù è “volontà del Padre”. È per coloro che sono stati chiamati. Più che una scelta religiosa o umana, è la scoperta di essere parte del progetto di Dio che si svela nel crocifisso. La vocazione cristiana nasce in tanti modi, ma si deve sempre purificare facendo spazio alla vocazione messianica. Cresciamo nella fede quando scopriamo in noi il desiderio di condividere il cammino di Gesù, la solidarietà con gli ultimi fino alla croce.

Nell’anno dedicato al rinnovamento della fede questo principio ecclesiologico dovrebbe essere maggiormente valorizzato. Si torna ad essere religiosi per tanti motivi, ma al centro dovremo annunciare di nuovo la vocazione battesimale che è vocazione al servizio per la giustizia e la solidarietà. Servizio alla fraternità universale.

Ma Gesù afferma anche che le sue parole sono spirito e vita. Parla qui della interpretazione delle forme spirituali. Ogni via spirituale è via di energia perché attiva la parte profonda della persona. Tuttavia può attivare aspetti troppo legati alla perfezione individuale della persona. Gesù ci narra la sua esperienza: la decisione di farsi volontà di Dio per gli ultimi ha sviluppato in lui una energia psichica di grande potenza. Ha sviluppato la vita eterna in lui. Il farsi carico degli altri, più che l’individuale cammino di perfezione, è fonte di vita spirituale.

Signore da chi andremo?

È molto importante che Giovanni attribuisca a Pietro l’esercizio del discernimento. È chiamato con il duplice nome di Simone e Pietro. La persona e il compito. Simon-Pietro è colui che non vuole farsi lavare i piedi, è mediatore nell’ultimo pasto, dà inizio alla comunità post-pasquale e a lui viene affidato il gregge. Egli quindi ha l’incarico di credere alle parole di Gesù e di aiutare la comunità a non cadere nella tentazione di non sperare nella venuta del regno di Dio.

I complementi del lezionario

La prima lettura rafforza l’invito di Gesù a prendere posizione con il racconto della grande Pasqua di Giosuè celebrata nel deserto e che forse ha ispirato il racconto di Giovanni. Anche per noi vale l’invito a chiarirsi a chi vogliamo servire.

Il salmo continua la meditazione del  canto 33: io mi gloria del Signore, i poveri ascoltino e si rallegrino. La lettera agli Efesini ci ricorda che la santità della chiesa è frutto della decisione coraggiosa di Gesù.

La colletta rafforza il compito della assemblea santa di Dio chiamata a non farsi fuorviare dalle parole e progetti umani.

Esercizio spirituale

Conoscere il santo di Dio. Conoscere è il verbo della relazione personale profonda, sponsale. Indica molte cose tra cui la condivisione del progetto di vita. Nell’Amen eucaristico ci affidiamo a Lui, riceviamo la sua energia sponsale e amicale ma affermiamo anche la nostra decisione di condividerne l’esistenza.

Faremo attenzione ad ogni amen che pronunciamo nella liturgia. Soprattutto a tutti gli amen che la vita ci chiede.

Chiediamo

O Dio nostra salvezza, che in Cristo tua parola eterna
ci dai la rivelazione piena del tuo amore,
guida con la luce dello Spirito
questa santa assemblea del tuo popolo,
perché nessuna parola umana ci allontani da te
unica fonte di verità e di vita.

Gesù mediatore della vita dell’Eterno

giorno-e-notteVangelo di Gesù Vita del Mondo nella narrazione di Giovanni 6, 41-51 letto nella domenica XIX del Tempo Ordinario\ B

I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Libera traduzione

I Giudei che difendevano l’interpretazione religiosa di Dio data da Mosè tentano di screditare la visione profetica e spirituale di Dio predicata da Gesù. Non discutono sull’insegnamento ma gli rimproverano le origini familiari.

Gesù non si preoccupa di difendersi perché credere o non credere in lui è questione di relazione profonda con Dio. Chi cerca veramente Dio non può non arrivare alla stessa visione e insegnamento di Gesù. Ed è questa ricerca che diventa nella persona fonte di vita divina.

Gesù descrive se stesso solo come pane; come mediatore tra l’azione trasformante di Dio e le persone. È mediatore perché ha penetrato il mistero di Dio ed ha aperto a tutti la sua comprensione.

Questa mediazione è per tutti coloro che si aprono a lui. Permette di lasciar operare la vita eterna di Dio, lo Spirito di Dio, in ciascuna persona. Permette di superare la negatività che blocca la volontà umana. In questo modo egli sostiene il cammino di divinizzazione del mondo.

Messaggi per noi

Seguendo la presentazione di Gesù nuovo Mosè che da il vero pane che discende dal cielo, il vangelo di oggi – che continua la lettura di Gv. 6 – è centrato sulla autenticità della vocazione cristiana. La nostra chiamata non è un privilegio. E neppure deriva dalla paura dell’inferno o dal desiderio di “condizionare Dio” a nostro vantaggio. È tempo che si torni a presentare la vita cristiana come missione per la salvezza del mondo.

Leggi tutto il commento in Attirati da Dio per essere costruttori del mondo

Sviluppa il tema “Gesù mediatore” nei post:
Cantiamo Te, Trinità infinità
Solo Gesù è il Signore!
Il cammino di Dio, uno e trino, con noi

Chi viene a Me sarà saziato


Dal Vangelo secondo Giovanni 6,24-35
Domenica XVIII per annum\B

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Messaggi per noi

Nella liturgia, che segue il tema eucaristico iniziato con la domenica XVI, due temi si ricorrono e si intrecciano: la ricerca di Gesù da parte della folla e il desiderio-fastidio di Gesù di essere cercato. Al centro c’è la questione fondamentale della educazione della fede: perché e per cosa cercare Gesù? Giovanni è consapevole della ambiguità insita in tutte le religioni e anche del cristianesimo delle origini.

La ricerca di Gesù e la sua ambiguità

Gesù invita a cercarlo: “chi cercate” (Gv 1,38); ma al tempo stesso vuole essere cercato in un certo modo: “il Padre cerca tali adoratori” (4,23). I giudei lo cercano ripetutamente: durante la festa (7,11.11,56); ma le autorità lo cercano per ucciderlo (cc.7.8.10.11). Di nuovo, ma in modo tragico, nell’orto degli ulivi chiederà: “chi cercate?” (18,4.7).

Il motivo della attrazione-repulsione deriva dalla necessità di chiarire la motivazione della ricerca di Gesù. Gesù invita ad essere discepoli e ad organizzare la vita secondo il suo insegnamento. La folla cerca la soluzione ad un bisogno sociale e personale. È una ricerca che si concentra nella speranza di un “risolutore” carismatico che risolve la questione centrale della lotta tra esistenza e sopravvivenza (tra potere e popolo; tra Abele e Caino) senza coinvolgere la propria conversione.

Gesù non accetta la logica della ricerca dell’uomo della provvidenza. Non accetta di essere pensato come un Nuovo Mosè che da solo si prende il compito di dare il pane al popolo. Alla provvidenza miracolosa preferisce la previdenza organizzata in nome di Dio.

Darsi da fare per il cibo

Sarebbe un grave errore interpretativo contrapporre il bisogno di pane al bisogno di vita interiore (vita eterna). Certamente Giovanni si presta a tale ambiguità. Proprio per questo occorre ricordarsi del principio (ermeneutico) che ogni autore interpreta e attualizza al proprio contesto l’esperienza di fede di Gesù. Ora noi possediamo in modo sufficiente le parole di Gesù e possiamo escludere che nella sua fede ci sia un disinteresse verso la vita quotidiana. Non è opportuno interpretare il Gesù di Giovanni a partire dalle spiritualità separatiste, sia occidentali che orientali.

Questo non solo per il contesto sociale in cui viviamo. Non si tratta di mettere tra parentesi a motivo della crisi economica in questo momento la vocazione alla spiritualità o santità, ma perché – come ci ha ricordato con decisione Benedetto XVI – la promozione umana appartiene alla natura stessa della missione di Cristo.

Questa complessità o pluralità di livelli è stata sempre riconosciuta e mantenuta dalla chiesa antica che in tutti i commenti alla frase del Pater “dacci oggi il nostro pane” unisce il quotidiano e l’eterno, il pane fisico e il dono dello Spirito che alimenta l’esperienza cristiana.

Gesù è il pane del cielo che da la vita

La crisi economica generata dalla assurdità della libertà di speculazione finanziaria internazionale va interpretata proprio a partire da questa pagina evangelica. Non è la situazione che sfida il vangelo, ma il vangelo che spiega la situazione.

L’annuncio kerigmatico di questo brano è che il pane quotidiano (simbolo della giustizia sociale) è collegato con la fede nell’Inviato. Per la vita eterna occorre credere alla sua rivelazione come progetto di vita, proposta di società. Vita eterna significa presenza della vita di Dio che trasforma l’umanità.

È quindi una affermazione profetica. Eliminare l’annuncio di Cristo dalla organizzazione sociale (in questo caso finanziaria ed economica), fare degli interessi economici e finanziari il criterio (=rivelazione) interpretativo della società significa autorizzarla ad organizzarsi eliminando il principio di solidarietà umana. È la vittoria dei caini. Ma anche la cultura dell’uomo della provvidenza che esclude la personale conversione facendo pagare solo ad altri la propria sicurezza economica è una illusione religiosa. Non è sufficientemente chiaro a tutti che i poteri utilizzano il populismo politico appoggiandosi sulle istituzioni religiose?

Non è evidente a tutti che il pensiero differente di Gesù non può non venire che “dal cielo”?

I complementi del Lezionario

Il racconto dell’Esodo (I lettura) ci ricorda che Dio mette alla prova Israele proibendo l’accumulo privatistico dei mezzi di sussistenza “il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova”. Il Salmo 77 esprime una proclamazione di fede al Dio che si occupa della quotidianità del suo popolo. La lettera agli Efesini ci scongiura a non assumere i criteri di analisi sociale contraria al pensiero di Cristo: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri. E l’Alleluja di ricorda la complessità del rapporto nutrimento umano, nutrimento della parola.

Esercizio Spirituale

Venire a Lui e saziare la fame

La nostra società ha superato l’obbligo di credere e anche le spiritualità non si fondono più sulla paura dell’inferno. Diventa quindi importante verificare l’autenticità delle  motivazioni per cui accostiamo a Cristo. Non si tratta di farci venire il senso di colpa!, ma si comprendere a quale livello di conversione o di amicizia con Cristo siamo pervenuti.

Faccio un lungo momento di silenzio interiore e immagino di osservare le “azioni religiose” che compio. Per quale motivo? Cosa mi aspetto di realizzare? Quale fame desiderio saziare? Rimango a lungo senza preoccupazione a fare questo esercizio.

Quando mi sento riconciliato con la mia realtà spirituale, mi dispongo a lasciarmi indicare da Cristo il livello successivo della mia futura esperienza. Ringrazio e mi abbandono alla sua richiesta.

Chiediamo

O Dio, che affidi al lavoro dell’uomo
le immense risorse del creato,
fa’ che non manchi mai il pane
sulla mensa di ciascuno dei tuoi figli,
e risveglia in noi il desiderio della tua parola
,
perché possiamo saziare la fame di verità
che hai posto nel nostro cuore.

Il pane moltiplicato è la fede di Gesù

Dal Vangelo secondo Giovanni 6,1-15
domenica XVII per annum/B

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Messaggi per noi

Fa discutere la scelta di “spiegarci” i racconti della moltiplicazione dei pani raccontati da Marco con una inserzione del capitolo 6 di Giovanni: la sezione giovannea della moltiplicazione dei pani. Sembra quasi che si abbia timore di una interpretazione troppo messianica, sociale, poco dogmatica, del vangelo. In positivo questa scelta permette alla comunità di fare una lunga meditazione sui molti significati della “presenza eucaristica” nella vita della chiesa: sacramento, immagine della società nuova, speranza escatologica, unione con Cristo, modello di comunità…

Il ricordo dell’Esodo e la nuova Pasqua.

Nel contesto della narrazione del vangelo di Giovanni il brano si inquadra nell’obiettivo di spiritualizzare l’esperienza religiosa ebraica. Alcuni termini ce lo fanno capire.  La folla è radunata alle falde del monte per capire il significato dei segni (piaghe-segni) e ricevere la parola che spiega: il decalogo e la rivelazione di Gesù. La folla deve essere saziata con il pane promesso da Dio. Gli apostoli sono messi alla prova. Il pane avanzato è riposto in dodici ceste (tribù) perché lo conservino.

Giovanni invita a sostituire la Pasqua ebraica con la celebrazione della memoria (settimanale) di Gesù in cui celebriamo il dono dello Spirito che fa crescere in noi la vita nuova in unione con Cristo.

Il pane moltiplicato è la parola.

Per comprendere il messaggio di Giovanni, l’annuncio che il cibo vero è Gesù, sarà necessario sottolineare che il “pane” è simbolo di tutta l’azione rivelatrice di Gesù, Figlio e Inviato. Il messaggio va collegato alla vicenda dell’Esodo dove Israele appena liberato dall’Egitto riceve il nutrimento per diventare popolo di Dio e servire l’alleanza (per la sua missione!). È quindi riferito al rapporto Manna-Decalogo. È fuorviante limitarsi alla proclamazione che “nella celebrazione riceviamo il pane di Gesù”. Il messaggio che ci viene affidato è che Gesù è il Pane. Non tanto che ci dà, quanto che è. In altre parole: non il pane di Gesù, ma il pane che è Gesù). Le sue azioni verbalizzate e narrate nelle parole sono il nutrimento. L’eucarestia sacramentalizza questo misterioso nutrimento.

Il nuovo popolo seduto (radunato)  sul monte insieme con Gesù seduto

Nella celebrazione eucaristica abbiamo la descrizione della missione e della vita della chiesa. La comunità di Gesù viene radunata dalla Trinità (LG 1, AG 1-3) per ricevere il nutrimento o esperienza religiosa autentica, la nuova legge. È radunata da Gesù seduto sul monte in segno di alleanza e di legislatore.  Essa ha come compito comprenderla e interpretarla e con essa fare profezia sul mondo. Nutriti da tale insegnamento progetta i segni della testimonianza di vita.

Le autorità della chiesa messi alla prova

La comunità radunata è una comunità ordinata e ministeriale. Il ministero ha il compito di spezzare il pane, di distribuirlo e di saziare tutti. Hanno il compito di mediatori della interpretazione e formazione cristiana. Nello svolgere questo compito sono messi alla prova. Come sempre possono farsi re e non considerare la dignità battesimale dei fedeli. Ma il Gesù di Giovanni fugge da questa tentazione. Inoltre possono essere tentati di non credere che sia possibile realizzare la fraternità di Gesù riducendo il segno eucaristico (il pane celebrato) a solo segno religioso.

Il Lezionario

La prima lettura ci ricorda che appartiene alla fede di Israele quella di organizzare la distribuzione del pane come continuazione liturgica della alleanza dell’esodo. Il Salmo ci fa ringraziare Dio perché è il Dio che desidera la distribuzione del pane e delle vie (comandamenti) che ne fanno una regola sociale. La lettera agli Efesini mette in guardia dalla superbia che divide le comunità e non permette di realizzare la missione di Gesù. Il versetto all’alleluja ci da la chiave profetica per comprendere il pane come insieme delle azioni e parole di Gesù.

Esercizio spirituale

Saziarsi del pane che è Gesù

Facciamo l’elenco dei frutti della eucarestia che riceviamo. Perdono, guarigione, consolazione, anticipo di vita eterna…Ma osserviamo se è presente che riceviamo il pane eucaristico per condividere la missione di Gesù.

Discernimento spirituale

Visualizziamo il momento in cui riceviamo il pane eucaristico. Diciamo: Amen! Focalizziamo l’unione mente e cuore di quel momento: a cosa diciamo amen? Quale parte di noi la afferma? L’Amen viene pronunciato con cosceinza?

Chiediamo

O Padre, che nella Pasqua domenicale
ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo,
aiutaci a spezzare nella carità di Cristo
anche il pane terreno,
perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…